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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 

Power Balance: sequestrati a Roma Tir con 12 mila pezzi contraffatti

Intercettato Tir con 12 mila e 500 pezzi contraffatti. Altri 12 mila bloccati all'Esquilino. Denunciati due cinesi

( foto Power Balance falso )

power balance falso

ROMA - La guardia di Finanza del comando provinciale di Roma ha sequestrato, in due distinte operazioni, circa 25 mila braccialetti «Power Balance» contraffatti denunciando all'autorità giudiziaria due cittadini cinesi per introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni falsi e per ricettazione. Le Fiamme Gialle del I Gruppo di Roma, in zona Prenestina hanno intercettato un Tir all'interno del quale, insieme a prodotti di abbigliamento legali, erano occultati 12.500 braccialetti della nota marca contraffatti. Un cittadino di nazionalità cinese, destinatario della merce, è stato denunciato mentre i braccialetti sono stati sequestrati.

SECONDO SEQUESTRO IN VIA TURATI - In un'altra operazione, che ha portato al rinvenimento e sequestro di bracciali «Power Balance» contraffatti, la compagnia di Fiumicino, in via Filippo Turati (zona Esquilino), ha sequestrato circa 12 mila bracciali falsi denunciando nella circostanza un cittadino cinese. La merce sequestrata in via Turati è stata rinvenuta parte all'interno di un negozio e parte nell'appartamento, di fronte al negozio, abitato dal soggetto cinese denunciato.

INDIVIDUATA FILIERA - Soddisfatto Federico Mollicone, membro della commissione Sicurezza del Comune di Roma, perchè le forze dell'ordine riescono a contrastare il traffico delle merci illegali in maniera sempre più efficace. anche «grazie al nuovo impulso dato dal sindaco Alemanno e dal Prefetto a seguito dell'incontro con i cittadini dell'Esquilino». «Quello che salta agli occhi, inoltre, è la filiera criminale che sta dietro questa attività criminale - ha dichiarato Mollicone insieme con Tozzi, capogruppo Pdl del I Municipio - Oltre a causare un grave danno economico a coloro che operano nel settore nel rispetto delle leggi e a mettere in pericolo la salute dei cittadini per i materiali impiegati quasi sempre dannosi per la salute, essa trova, a partire dalla patria della contraffazione per antonomasia, i suoi snodi e diramazioni negli aeroporti e nei porti, fino ai terminali che in questo caso erano nel cuore di Roma, all'Esquilino, e nel quartiere Prenestino. In entrambi i casi destinatari della merce contraffatta erano cittadini cinesi, che poi li distribuivano attraverso una rete di immigrati indiani, bengalesi e di nazionalità africana».

fonte : roma.corriere.it


 

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Sgominata banda di hackers

I carabinieri hanno effettuato 19 arresti dopo i 23 eseguiti a maggio. L'organizzazione era gestita da un pregiudicato calabrese ex collaboratore di giustizia. Colossale il giro di affari grazie all'alleanza con gruppi di hacker russi

 

 

E' una delle più grosse organizzazioni criminali mai individuate nel settore del hacking, della contraffazione di carte di credito e delle truffe via internet quella che emerge dall'indagine "Match Point", dei carabinieri del Nucleo investigativo di Roma e che oggi ha portato all'esecuzione di altri 19 arresti dopo i 23 eseguiti lo scorso maggio. L'operazione dei carabinieri è tuttora in corso tra Roma, Pisa, Cosenza e Siracusa.

L'organizzazione, gestita da un pregiudicato calabrese ex collaboratore di giustizia, aveva messo in piedi un colossale giro di affari grazie all'alleanza con gruppi di hacker russi specializzati nel furto di dati informatici, mediante intrusioni sui server di importanti società finanziarie e nella gestione di un florido mercato clandestino di informazioni riservate su carte di credito e conti correnti in favore di organizzazioni criminali operanti in tutto il mondo.

Il gruppo criminale attivo in Italia acquistava su chat criptate i dati necessari per falsificare carte di credito, documenti d'identità, buste paga, atti societari, con cui venivano svolte decine e decine di truffe on line e in danno di istituti bancari ed esercizi commerciali. Tra i cittadini truffati, anche molti utenti della rete internet alla ricerca di case di villeggiatura per l'estate. 

fonte : roma.repubblica.it

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Youbid: Aste a ribasso? Siti chiusi per frode

aste al ribasso

Youbid.it chiude, ma anche Bidplaza e company: ben 5 siti sono stati sequestrati dalla guardia di finanza durante l’operazione  ”Knocked Down” che mette i sigilli ai più noti siti di aste online in Italia. L’accusa è di effettuare una lotteria senza i regolari permessi e  in alcuni casi con truffe.

L’attività svolta dagli utenti è considerata al pari di una scommessa ed esistono normative stringenti per esercitare tale attività. Per alcuni siti inoltre si ipotizza anche il reato di truffa, a causa della mancata spedizione dell’oggetto vinto.

Ricordiamo che le aste a ribasso permettono di aggiudicarsi il prodotto alla persona che effettua l’offerta più bassa unica.

Un’operazione chiamata “Knocked Down” che mira a chiudere tutti quei siti dichiarati colpevoli di truffa e di esercizio abusivo di attività di gioco o scommessa.

I siti oscurati:

  • YouBid.it
  • BidPlaza.it
  • BidMe.it
  • BidForFree.it
  • LowBid.it

I siti che hanno preferito sospendere il servizio:

  • FunnyBid.it
  • ChiOffreMeno.it
  • AstaBassa.it

Mi sono sempre chiesto quanto sarebbero durati, prima che qualcuno si desse una mossa e per oltre due anni nessuno ha detto nulla, nonostante il gioco fosse configurato come un gioco d’azzardo e l’abilità non contasse nulla.

Un meccanismo dunque più simile a una lotteria, secondo la Guardia di Finanza, regolamentata con norme ben precise: i siti dunque sono più vicini al gioco d’azzardo che alle aste, poiché la partecipazione richiedeva una cifra fissa per fare un’offerta quasi sempre scartata.

Stop dunque i sei siti di aste a ribasso italiano sono stati chiusi per violazione all’art. 4 e 4/bis della Legge 401/90. L’articolo 4 prevede il carcere da 6 mesi a 3 anni per “chiunque esercita abusivamente l’organizzazione di scommesse che la legge riserva allo Stato o ad altro ente concessionario o su attività sportive gestite dal Comitato olimpico nazionale italiano (Coni) dalle organizzazioni da esso dipendenti o dall’unione italiana per l’incremento delle razze equine (Unire)“.

Il 4/bis allarga le sanzioni anche a “chiunque svolga in Italia qualsiasi attività organizzata al fine di accettare o raccogliere o comunque favorire l’accettazione o in qualsiasi modo la raccolta, anche per via telefonica o telematica, di scommesse di qualsiasi genere da chiunque accettate in Italia o all’estero“.

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Ecco TrueCall, apparecchio-filtro blocca le telefonate indesiderate gratis

TECNOLOGIA & SCIENZA   

L'apparecchio, messo a punto in Gran Bretagna, impedisce al telefono di squillare
se la chiamata non è gradita. Nel mirino phishing, maniaci e telepromozioni

LONDRA - Il sogno proibito di chi viene subissato di telefonate sgradite - da quelle silenziose, ai messaggi registrati che con puntualità quasi luciferina turbano i pochi momenti di pace casalinga - potrebbe presto diventare realtà. In Gran Bretagna due inventori hanno messo a punto un sistema che filtra le chiamate e riesce a distinguere fra telefonate gradite e quelle assolutamente da evitare, maniaci o scocciatori compresi.

Qualcosa di più evoluto del sistema "caller Id", che fa vedere il numero di chi sta chiamando: TrueCall è un minuscolo apparecchio in grado di intervenire contro phishing, "robocalls" - le telefonate automatiche con messaggi registrati che si attivano appena si risponde - e altri tentativi di truffa seriale via telefono. Perché il "bidone" vada in porto, infatti, è necessario che qualcuno accetti la chiamata.

Ed è qui che il filtro di TrueCall interviene, intercettando tutte le chiamate e lasciando passare solo quelle di cui riconosce il numero da una lista compilata e approvata dal titolare della linea telefonica:solo se si supera questo esame, il telefono squilla. Se la chiamata proviene invece da un numero su una lista nera - telepromozioni o altro - il telefono neppure suona: la chiamata viene bloccata e rimandata al mittente. In casi dubbi, viene messa in attesa e prima di inoltrarla si chiede il via libera al proprietario della linea.

Non a caso, il sistema è stato messo a punto da due esperti: Steve Smith e John Price, ex addetti al telemarketing, che sperimenta tattiche sempre più aggressive. In futuro, dovrebbe essere possibile scaricare i numeri da bloccare direttamente da un database centrale, attraverso un modem all'interno dell'apparecchio e si potranno anche trasmettere informazioni su ogni chiamata effettuata, se richiesto dall'utente. Un'applicazione che qualche dubbio su privacy e altre implicazioni legali lo solleva, come riferisce il sito di Bbc.

Eppure il numero di persone disturbate da telefonate silenziose, minacciose, o di marketing aggressivo, è in crescita. In Gran Bretagna, il British Crime Survey stima che almeno un milione e mezzo di cittadini ogni anno ricevano chiamate indesiderate, quando non esplicitamente minacciose, offensive, indecenti. E il 70 per cento è stato vittima di truffe via telefono nello scorso anno.

Per questo, le 99 sterline necessarie per installare l'apparecchio che fa intravvedere una ritrovata pace domestica potranno sembrare tutto sommato un buon investimento, anche in tempi di crisi economica globale.

fonte : repubblica.it

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Telefonate indesiderate, ora c'è un numero verde per fermarle gratis

Bisognerà iscriversi a un registro per evitarle. Un settore falcidiato dalla crisi che, denuncia la Cgil, mette a rischio 20.000 posti nei call center di ALDO FONTANAROSA

ROMA - Dopo anni di divieti, deroghe e anarchia, ora il governo ci riprova. Il ministero dello Sviluppo economico costruisce l'ennesimo scudo contro le telefonate pubblicitarie indesiderate. Sono le chiamate che, ogni giorno, ci propongono l'offerta della società telefonica, della pay-tv di turno, del teatro di quartiere. Gli scudi precedenti, messi in piedi dal 2003 ad oggi, sono stati bucati da call center spregiudicati e assillanti. Ora arriva questa protezione, macchinosa e con un vizio di partenza.
La novità si chiama Registro delle Opposizioni, il registro del "non disturbare". È un elenco che raccoglierà i numeri di tutti gli italiani che non intendono ricevere a casa, o sul cellulare, telefonate indesiderate. Il Registro è introdotto dal regolamento all'ordine del giorno del Consiglio dei ministri di domani.

Il provvedimento - dicevamo - ha un difetto d'origine. Il governo avrebbe potuto scegliere la strada più lineare (permessa dalla direttiva dell'Unione Europea, la 52 del 2002). Avrebbe potuto stabilire, cioè, che nessuna famiglia può essere disturbata se non ha dato il consenso a ricevere chiamate. Invece il regolamento ribalta le cose: per stare tranquille, le famiglie dovranno iscriversi al Registro. L'iscrizione è impegnativa, soprattutto per un anziano. Prevede l'invio di una e-mail, di una raccomandata (che ha un costo), di un fax (che ha un costo) oppure una telefonata a un numero verde.

Al momento dell'iscrizione, dovremo comunicare nome, cognome, codice fiscale, il nostro eventuale indirizzo e-mail e il numero (o anche più numeri) di telefono che vogliamo preservare dalle chiamate promozionali. Da quel momento - almeno in teoria - saremo al riparo da pubblicità, richieste per sondaggi, indagini di mercato. Ma il regolamento lascia un varco sospetto. All'articolo 2, chiarisce che lo scudo protegge le persone presenti nell'elenco del telefono. I call center, viceversa, potranno ancora raggiungere i numeri che abbiano ricavato (in modo lecito) da elenchi di altro tipo.
 Il registro del "non disturbare", si dirà, è comunque un passo in avanti. In realtà, fin dal 2003, le regole del Garante per la Privacy hanno stabilito che nessuno potesse chiamarci a casa o sul cellulare senza il nostro consenso. Per questo, fin dal 2005, gli elenchi abbonati indicano  -  con un simbolo  -  le persone che accettano la chiamata o anche la posta pubblicitaria su carta.
La conquista, però, è stata presto demolita. Il decreto "mille proroghe" del 2008 e una legge del 2009 (la numero 14) hanno dato un improvviso via libera alle chiamate, autorizzate fino al dicembre 2009. Chi ci ha chiamato  -  unica consolazione - avrebbe dovuto ricavare il numero da elenchi vecchi (creati prima di metà 2005). Una seconda deroga - infilata dentro la Legge Comunitaria di fine 2009 - ha permesso le chiamate fino a maggio 2010. Per questo continuiamo a riceverne a valanga. Ora arriva il Registro, il nuovo scudo che funzionerà fino al prossimo colpo di spada.

fonte : repubblica.it

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Ancora guai per Explorer 6

Nuove falle nel vecchio ma ancora usato software di Microsoft. Problemi reali o guerra per il dominio del settore? Nei giorni in cui si può scegliere il programma per navigare su Windows i dubbi sono autorizzati. Cosa fare per non rischiare

NEANCHE il tempo di festeggiare i 25 anni del suffisso ".com", che in questi giorni compiono il loro primo quarto di secolo, che arrivano nuove minacce sul fronte della sicurezza dei browser che ogni giorno milioni di utenti utilizzando per navigare pei perigliosi flutti del web. Gli ultimi avvisi riguarderebbero altre falle nell'ormai vetusto eppure ancora molto diffuso Internet Explorer 6. Un browser che Google ha deciso di non supportare più, assieme alle versioni di Firefox antecedenti alla terza generazione. La sicurezza del proprio sistema è importante, spesso più delle prestazioni: il software per utilizzare internet è particolarmente incline all'obsolescenza, e se il proprio hardware lo permette, aggiornare il browser è una delle pratiche basilari per garantirsi un po' di pace mentale.

Il ballot screen. Però, il numero di allarmi su questa o quella falla e gli avvisi di permeabilità di questo o quel browser da un po' di tempo a questa parte è diventato fin troppo consistente. E viene da pensare che molte di queste sirene suonino per accompagnare l'arrivo del ballot screen su Windows, ovvero la schermata di selezione del browser che Microsoft ha dovuto inserire nel suo sistema operativo, su direttiva Ue. Insomma mentre prima Windows, che è il sistema operativo più diffuso del mondo, offriva la sola possibilità di navigare con Explorer, adesso è "obbligato" - per gli utenti europei - a suggerire altri possibili browser all'utente. Che potrebbe scegliere di non utilizzare la soluzione Microsoft ma orientarsi invece su Firefox, Chrome, Opera, Flock, Maxthon o uno degli altri browser web disponibili per Windows

Il dubbio. E qui inizia la tenzone: se c'è da erodere una quota di mercato, ogni mezzo è lecito. D'altra parte le voci si spargono in Rete in tempo reale e denunciare una falla in Opera 10 piuttosto che un'instabilità in Firefox o una breccia aperta in Explorer è questione di attimi. Spesso bastano per spaventare un utente e convincerlo a cambiare browser. Certo, finora, a giudicare dal numero residuo di utenti del decrepito Explorer 6, le strategie non hanno pagato. Ma è proprio adesso che la battaglia si accende, dopo il semaforo rosso istituzionale allo strapotere di Microsoft sui sistemi Windows

Cosa fare. Mantenere aggiornato il proprio computer è fondamentale, soprattutto se si fa un uso intenso della Rete. Se l'hardware è vecchio ha poca importanza: i browser sono programmi studiati per funzionare agilmente anche su piattaforme non più recentissime. Certo affrontare il web di oggi con Windows 95 non è il massimo.
Nonostante gli allarmi siano molteplici, vale la pena ricordare che quando a questi si accompagna un'effettiva falla o vulnerabilità del browser, in genere l'intervento dello sviluppatore è tempestivo, proprio per evitare la transumanza degli utenti verso un software concorrente.

Quello che conviene fare è tenere installati almeno un paio di browser diversi. Non serve averne dieci, ma tre-quattro sì, anche perché importare le proprie preferenze e segnalibri da uno all'altro è operazione semplice, spesso automatica. Tenere il sistema protetto con opportuni antivirus-antispyware e programmi di pulizia è fondamentale, e soprattutto, vale la pena di vincere la pigrizia e eliminare una volta per tutte software obsoleti. Pensati e realizzati quando i pericoli per i naviganti del web non erano quelli di oggi. I malintenzionati puntano proprio sulle vecchie versioni dei programmi, meno corazzate delle attuali, per entrare nei sistemi altrui. Navigare con una bagnarola del web, anche con tutte le toppe e le riparazioni del caso, ha una forte componente di rischio: i pirati sanno benissimo dove puntare i siluri, e il bottino dei dati personali di ognuno fa gola a molti.


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Google deciso: lascia la Cina "Dal 10 aprile, presto annuncio"

Il "re" dei motori di ricerca sul web - secondo la stampa locale - dovrebbe ufficializzare tutto lunedì prossimo. Le polemiche sulle censure di natura politica dalle autorità sul motore di ricerca e le incursioni dei pirati informatici nella posta dei dissidenti cinesi su Gmail

 

SHANGHAI - Google-Cina, si avvicina l'ultimo atto. Quello finale. Lunedì il gigante di Mountain View annuncerà la chiusura del proprio motore di ricerca in Cina, cosa che dovrebbe avvenire il 10 aprile. Lo scrivono i media cinesi, dopo le polemiche tra Pechino e il gigante di Mountain View scatenatesi su temi caldissimo quali la censura del governo cinese e i casi di pirateria contro gli indirizzi di posta gmail degli attivisti per i diritti umani.

Indiscrezioni - Il China Business News ha citato fonti locali secondo cui lunedì saranno anche annunciati gli indennizzi per lo staff cinese. Secondo la testata, un funzionario di un'agenzia pubblicitaria cinese, partner del gigante web, Google lascerà il mercato cinese il 10 aprile. Il quotidiano cita poi una fonte anonima, membro dello staff di Google, al quale viene attribuita la data dell'annuncio: lunedì. La portavoce della compagnia in Cina, Marsha Wang, per ora non ha voluto commentare la notizia, affermando all'Afp che "non ci sono sviluppi" sulla situazione. Quella del China Business News è solo l'ultima di una serie di indiscrezioni riportate dalla stampa secondo cui Mountain View avrebbe abbandonato la "filiale" Google.cn. Già la scorsa settimana, citando una fonte anonima, il Financial Times aveva scritto che Google avrebbe abbandonato "al 99,9%" la Cina.

Numeri e scenari - Proprio le percentuali sono tra gli elementi più interessanti della questione. Secondo gli analisti, le quote di mercato di Google in Cina al momento oscillano tra il 25 e il 30%. Fette della torta che verrebbero molto probabilmente divorate da Baidu, il principale motore di ricerca cinese. Negli scorsi giorni fino a oggi, il trend in Borsa di Google è stato negativo nei confronti di Baidu: il motore di ricerca cinese chiude sistematicamente a cifre più alte di Google. L'ultima chiusura segna una quotazione di 561.35 dollari per Google e 577.90 per Baidu.

Microsoft - Il colosso di Redmond col suo motore Bing (una parola che curiosamente in cinese significa "malattia") non sta certo a guardare. L'azienda sembra non avere alcun problema nell'aderire ai rigidi protocolli del web cinese. Al momento Microsoft può contare su una presenza web stimabile nel 5% del traffico cinese, e un abbandono di Google potrebbe giustificare nuovi investimenti locali. E quindi anche se Redmond non si oppone a Pechino, l'esperienza di ricerca su Bing potrebbe evolvere significativamente, lasciando campo libero a Bing per sostituire rapidamente Big G nei preferiti "alternativi" degli utenti. Il fatto che la mente dietro Bing sia poi proprio uno stimatissimo ingegnere cinese, Qi Lu, potrebbe dare a Microsoft qualche idea in più.

 Cosa resterà di Google. Non è ancora chiaro che tipo di presenza resterà nel Paese asiatico con 384 milioni di internauti dopo la chiusura di Google.cn. Dalle ultime indiscrezioni, Google manterebbe alcune attività di ricerca e di sviluppo e resterebbero aperti gli uffici pubblicitari, le attività di telefonia mobile e di browser, nonchè alcuni servizi web come Google Answers e le ricerche musicali. Le pagine di Google.com rimarrebbero raggiungibili e però, secondo gli analisti, con una lentezza di navigazione che potrebbe scoraggiare presto gli utenti. Comunque, la maggior parte dei ricavi di Google in Cina nel 2009 venivano da società orientate all'export che hanno bisogno di mantenere la pubblicità all'estero, anche se non ci sarà più un sito in cinese.

fonte : repubblica.it 

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Condannati dirigenti Google

E' il primo procedimento penale che vede imputata la società Usa per la pubblicazione di contenuti sul web
Disabile picchiato e filmato condannati dirigenti Google

MILANO
- Il tribunale di Milano ha condannato tre dirigenti di Google accusati di diffamazione e violazione della privacy per non avere impedito nel 2006 la pubblicazione sul motore di ricerca di un video che mostrava un minore affetto da sindrome di Down insultato e picchiato da quattro studenti di un istituto tecnico di Torino. A tre imputati sono state inflitti sei mesi di reclusione con la condizionale. Un quarto dirigente che era imputato è stato assolto. Si tratta del primo procedimento penale anche a livello internazionale che vede imputati responsabili di Google per la pubblicazione di contenuti sul web. Durissima la reazione della società Usa: "Un attacco ai principi fondamentali di libertà sui quali è stato costruito internet" spiega il portavoce di Google, Marco Pancini.

I dirigenti coinvolti sono David Carl Drummond, ex presidente del cda di Google Italy ora senior vice presidente, George De Los Reyes, ex membro del cda di Google Italy ora in pensione, e Peter Fleischer, responsabile delle strategie per la privacy per l'Europa di Google Inc. I tre sono stati condannati per il capo di imputazione di violazione della privacy, mentre sono stati assolti per quello relativo alla diffamazione. Per lo stesso motivo è stato assolto  Arvind Desikan, responsabile del progetto Google video per l'Europa, cui veniva contestata la sola diffamazione. Nei loro confronti l'accusa aveva chiesto pene comprese tra 6 mesi e un anno di reclusione.

Il video venne girato a fine maggio 2006 e caricato su Google l'8 settembre, dove rimase online due mesi, fino al 7 novembre, prima di essere rimosso. Totalizzando 5500 contatti. Nel filmato si vedono una decina di compagni di classe che stanno a guardare, mentre uno dei ragazzi indagati sferra qualche pugno e qualche calcio al compagno disabile, un altro è intento a riprendere la scena con la telecamera, un terzo che disegna il simbolo "SS" sulla lavagna e fa il saluto fascista. Il ragazzo aggredito rimane immobile. Al giovane disabile vengono anche tirati oggetti e per ripararsi lui perde gli occhiali e si china a cercarli affannosamente. Nell'indifferenza del resto della classe.

Nel corso del processo i legali del ragazzino disabile avevano ritirato la querela nei confronti degli imputati. Nulla di fatto per il comune di Milano per l'associazione ViviDown che si erano costituite come parti civili. La loro posizione era legata al reato di diffamazione per cui gli imputati sono stati assolti.

"Faremo appello contro questa decisione che riteniamo a dir poco sorprendente, dal momento che i nostri colleghi non hanno avuto nulla a che fare con il video in questione, poiché non lo hanno girato, non lo hanno caricato, non lo hanno visionato - dice il portavoce di Google - se questo principio viene meno, cade la possibilità di offrire servizi su internet".

Opposta la reazione di pm milanesi. "Con questo processo abbiamo posto un problema serio, ossia la tutela della persona umana che deve prevalere sulla logica di impresa" affermano il procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo e il pm Francesco Cajani.

Nell'annunciare l'intenzione di appellare la sentenza di condanna, i legali dei dirigenti condannati, Giuseppe Bana e Giuliano Pisapia, affermano che "Google si è comportato correttamente, perché non aveva alcun obbligo di controllo preventivo sui video e i messaggi messi in Rete, mentre invece dal momento in cui è stato informato di quel filmato ignobile l'ha subito eliminato". "Non ci sono né vinti né vincitori", aggiungono i legali, che poi interpretano l'assoluzione dall'accusa di diffamazione come "la non esistenza dell'obbligo giuridico di controllo preventivo da parte di Google su cosa viene messo in Rete".

fonte : repubblica.it

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Il mercato nero del credito : dumps seller

Codici bancari veri ma anche patacche senza valore. Gli affari dei cybercriminali. Come i pirati del web rubano e mettono all'asta migliaia di chiavi segrete e password

"La mia "roba" è la migliore in circolazione", scrive Devildumper. "Non ti fidi, amico? Allora prova questa carta. Te la do gratis. Vai su eBay e compra qualcosa. Ti accorgerai che non vendo robaccia". Subito dopo sul nostro monitor appaiono tutti i numeri di una Visa Gold: le 16 cifre stampate sulla carta di credito, la data di scadenza, il codice di sicurezza. E poi il nome e l'indirizzo del titolare, un certo David Thigpen di Charlotte in North Carolina. Quanto basta per fare acquisti online con identità fasulla, a spese dell'ignaro titolare. Facciamo una verifica ed effettivamente la carta è attiva e funzionante. "Ho 50 mila pezzi a disposizione - scrive ancora Devildumper - Visa, Mastercard, American Express. Tutto quello che vuoi. 6 dollari a pezzo. A voi europei vendo le carte americane. Con la mia "roba" diventi ricco, amico". Quando gli chiediamo da dove arriva la sua merce, la conversazione su Icq si interrompe. Devildumper è offline.

Nel mercato nero delle carte di credito ci sono delle regole da seguire. Non si fanno domande, si parla esclusivamente di affari, si paga in dollari, si resta anonimi e si comunica solo via computer in inglese. Il web è infestato da migliaia di spacciatori virtuali come Devildumper. Sono hacker, fenomeni del computer esperti nella violazione dei database e nella clonazione dei supporti magnetici. Rubano numeri di carte di credito, codici di bancomat, pin, chiavi d'accesso a conti bancari, identità digitali. Ma non li usano. I soldi veri li fanno rivendendo sulla rete ciò che rubano dalla rete. Gli investigatori di mezzo mondo li inseguono sul web, ma è una battaglia impari perché su internet i trafficanti di carte sanno diventare invisibili, si mimetizzano. E quando colpiscono, fanno male. Nel 2008 sono stati rubati in tutto il mondo 285 milioni di dati personali elettronici (fonte: Verizon Business). Un bottino enorme, gli abitanti di Giappone e Russia messi insieme, per capirci. La parola d'ordine con cui siamo entrati nel mercato nero dei dati bancari è dump. In gergo hacker significa "codice copiato". Basta scrivere dumps seller, venditore di codici, in un qualsiasi motore di ricerca per trovare migliaia di annunci. Così abbiamo trovato Fonky1977. Con questo pseudonimo si intrufola nelle chat, lascia messaggi nei forum e nei siti di annunci immobiliari. Lo agganciamo su Icq, il programma per chattare che garantisce l'anonimato perché si è identificati solo attraverso un numero. Niente e-mail o recapiti telefonici. Fonky1977 è finlandese, ha 32 anni. Ha un listino prezzi dettagliatissimo. "Il costo dipende dalla provenienza e dal limite massimo di utilizzo - ci spiega - una Mastercard Classic americana o canadese la vendo a 3 dollari. Le più care sono le italiane perché meno diffuse sul mercato: 15 dollari per una Classic, 25 per una Visa Gold, 35 per una Visa Platinum". Fonky1977 non spaccia solo numeri di carte.

Vende anche i dati delle bande magnetiche e può fare perfette riproduzioni su supporti in plastica, chip compreso. "Questo però ti costerà molto di più - scrive - 100 dollari per una Classic, 300 per una Gold. Ma la mia è roba buona, first hand stuff. Ci puoi fare shopping nei negozi in massima tranquillità. Sulla carta stampo il nome del vero titolare, quindi se ti chiedono un documento di identità procuratene uno falso. Ma stai tranquillo, sono pochi i negozi che lo fanno". Milioni e milioni di codici e numeri smerciati come caramelle sul web. E le truffe dilagano. In Italia solo sul circuito Cartasì, che occupa un quarto del mercato con i suoi 7 milioni di clienti, ci sono stati più di 290 mila tentativi di transazione illecita nel 2008. L'utilizzo fraudolento di carte bancarie, stima la polizia postale, è aumentato del 30 per cento nel 2009. Significa acquisti e prelievi abusivi per milioni e milioni di euro. All'estero non va meglio. Alla Gran Bretagna le frodi con carte costano 610 milioni di sterline all'anno. E negli Stati Uniti i sondaggi dicono che la clonazione dell'amata tessera di plastica fa più paura di un attacco terroristico. "Molti sedicenti spacciatori sono in realtà millantatori - spiega Antonio Apruzzese, direttore del servizio della polizia postale del Dipartimento di pubblica sicurezza - vendono numeri a caso al pollo di turno e poi spariscono. Nell'ambiente li chiamano rippers, squartatori. Purtroppo però ci sono anche i 'veri', i trafficanti che hanno a disposizione codici autentici.

Li rivendono quasi tutti alla grossa criminalità organizzata, che poi li diffonde sul territorio nei paesi più ricchi. Tra i loro clienti ci sono anche cittadini incensurati che vogliono fare i furbi. Gli hacker più organizzati al momento si trovano in Russia, in Romania e nel Sud-Est Asiatico". E russo è JohnLeaphead, che ha addirittura un sito registrato a Mosca. E' metodico. Accetta ordini solo se superiori ai 500 dollari. Pretende il pagamento anticipato su un conto della Liberty Reserve, una società di money transfer con sede in Costa Rica. Fa sconti del 20 per cento ai clienti fedeli. Sostiene di avere accesso a un database di 3 milioni di dati e di poter rimediare in poche ore un migliaio di Visa Platinum a 40 dollari a pezzo. Si comporta come un grossista, i prezzi della sua merce variano a seconda della disponibilità. "Quelli come lui sono i più pericolosi - dice Apruzzese - perché riescono davvero a penetrare nei database delle multinazionali, degli hotel e grossi centri commerciali. A volte non serve nemmeno essere dei fenomeni del computer. Basta avere dei complici nei posti giusti, ad esempio dietro lo sportello di una banca. La clonazione vera e propria, invece, è più laboriosa, bisogna manomettere le apparecchiature di pagamento per copiare le informazioni della banda magnetica. Per questo sul mercato nero le carte clonate costano di più". Dumper66 lo troviamo mentre cerca clienti in un forum di discussione sull'arte italiana rinascimentale. Ha lasciato un messaggio. "Vendo logins freschissimi". Come se si trattasse di zucchine al mercato. In realtà sono le chiavi di accesso ai conti correnti online. Offre logins di conti aperti in decine di banche italiane. "Io vivo in Ghana - ci racconta durante l'unica, brevissima, conversazione su Skype che riusciamo a strappargli - i prezzi li fisso con la regola dei tre zeri. L'accesso a un conto con 40 mila dollari di liquidità disponibile, costa 40 dollari. Un conto da 20 mila, 20 dollari. Come faccio ad avere le password? Infetto i pc dei clienti delle banche con virus e trojan horse.

Puoi spostare denaro a tuo vantaggio facendo bonifici. Se sei sveglio, non ti beccano". Sembra facile. Troppo facile. "Invece non sempre la frode si concretizza - racconta Apruzzese - esistono sistemi di autenticazione basati su password temporanee monouso per l'accesso al conto online, che proteggono dagli utilizzi fraudolenti. Procedure simili si stanno lentamente diffondendo anche nel commercio elettronico. Le banche poi si allertano davanti a movimenti sospetti di denaro verso un conto estero, e talvolta riescono a bloccare il furto prima che avvenga. Nonostante ciò i casi aumentano lo stesso e il danno economico grava sulle banche e sugli istituti di emissione delle carte che devono rimborsare i truffati". A volte qualche pesce grosso fa un passo falso. Come Max Butler, un hacker trentaseienne di San Francisco. Voleva diventare il Pablo Escobar del web e controllare tutto il mercato. E' stato venduto alla polizia dagli altri spacciatori che non condividevano il suo progetto. Ora rischia 60 anni di prigione per aver rubato più di 2 milioni di carte di credito e causato un danno di 86 milioni di dollari in acquisti abusivi. "Stanarli è un'impresa - ammette Apruzzese - perché si appoggiano su server in estremo oriente, infettano intere reti di computer che poi usano all'insaputa dei proprietari depistando la polizia. L'unica contromossa efficace è aumentare il livello di protezione di tutti i database".

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Le scoppia il cellulare in mano


Una donna ha riportato «estese scottature» alla pelle del viso, dell’addome e di una mano in seguito all’esplosione del cellulare che stava posando su un ripiano. In ospedale l’hanno dimessa con la prognosi di 20 giorni. E’ accaduto mesi fa ad una torinese in vacanza in Riviera: la notizia dell’infortunio si apprende solo ora con l’avvio, dopo la denuncia della signora, di un’indagine da parte di Guariniello. Il medico legale che l’ha visitata per conto del magistrato ha evidenziato il «persistere di residui arrossamenti» nelle parti del corpo colpite. Una consulenza tecnica sui resti del cellulare ha invece consentito di mettere sotto accusa la batteria dell’apparecchio, acquistata dalla signora nei giorni precedenti in un centro di commercializzazione di ricambi non originali. Al negozio si è avuta la conferma che la batteria è stata prodotta da un’azienda cinese con una sua rete di distribuzione in Italia. In attesa di capire sino in fondo gli eventuali difetti di funzionamento dell’accessorio, sono scattati i primi sequestri a titolo precauzionale. Guariniello ipotizza il reato di immissione sul mercato di prodotti pericolosi. Molti importanti sono ritenuti la testimonianza della donna e il referto dell’ospedale dove è stata soccorsa: in particolare sul dettaglio della «fuoriuscita dalla batteria, in seguito alla fiammata, di materiale polveroso che le si è appiccicato sulla pelle provocando, si ritiene, le estese scottature riscontrate». Il rivenditore torinese di questo tipo di accessori «made in China» non ha segnalato analoghi incidenti. L’«esplosione di cellulari» è un rischio di cui Guariniello ha avuto notizia da riviste scientifiche. Se ne parla (e discute) anche sulla Rete, spesso con scetticismo. E’ tuttavia un fatto che nei giorni scorsi la polizia municipale di Milano abbia sequestrato oltre 200 mila fra batterie e caricabatterie per telefoni cellulari al litio, contraffatti e «altamente infiammabili». Il blitz dei vigili urbani è stato compiuto nel magazzino, alla Bovisa, di due commercianti cinesi, marito e moglie. Tutte le batterie sequestrate recano il marchio «CE» contraffatto: i prodotti erano destinati alla rete di vendita di Milano e dell’hinterland. L’anno scorso, in agosto, si era diffuso un serio allarme per la facilità con cui si surriscaldavano le batterie, quella volta originali, di una notissima azienda di cellulari. Fu la stessa casa finlandese a confermare il difetto di 46 milioni di suoi accessori: «Le batterie potrebbero potenzialmente surriscaldarsi a causa di un un possibile corto circuito nella fase di ricarica, provocando la fuoriuscita della batteria dalla propria sede». La multinazionale si era decisa ad ufficializzare il rischio di incidente dopo aver «registrato» un centinaio di casi di surriscaldamento delle batterie, «senza che siano stati riportati significativi danni da persone o cose». L’incidente alla signora torinese apre un altro scenario.

fonte : lastampa.it

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